ballatasadica

A sua (di Lei) immagine e somiglianza.

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La voce contro (“spam” giusto)

In sei anni non ho mai spammato, ok. Ora è per una buona causa, informarvi.

Questa è una  nascente pagina su facebook, un portale di informazione (soprattutto sulle vicende politiche)

Smettetela di chiudere gli occhi, tapparvi a bocca e evitare di sentire: risvegliate il vostro senso civico, partecipate, commentate, condividete.Mi fido molto di voi e della vostra intelligenza. Pensate a tutte le pagine stupide che circolano su facebook e quanti mi piace prendono, immeritatamente.

Ma io mi fido di voi, lettori miei, non mi deluderete. La pagina è questa:  http://www.facebook.com/LaVoceContro

Altrimenti cercate su facebook: la voce contro.

Mi raccomando eh 😉

Periodicamente, tipo ogni lunedi’, tirerò fuori un articolo da questa pagina (o comunque un articolo di attualità) e lo commenterò.

Buona informazione libera a tutti.

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acqua liscia

Il tempo dovrebbe essere messo lì apposta per smussare qualche spigolo, ripulire un’intercapedine, e sigillare tutto il buono con una patina di nostalgia che di conseguenza regali un’immagine splendente di quello che fu, nascondendo abilmente il marcio.

E invece fa esattamente il contrario. Guasta un dente sano – per rimanere in tema, sono reduce da una buona scalpellata ai denti- , rende aguzze, pungenti, le rotondità. Corrode le persone, e non solo fisicamente. Le erode, e togli togli quella patina di finto buono che le avvolge tipo Domopak quando fai loro comodo, esse si rivelano per quello che sono. Non è che il tempo t i cambia, semplicemente ti svela.

Il tempo ha rivelato quello che in fondo ho sempre creduto e pensato, di quelle del mio liceo. Mi ha fatto capire, oggi, il perché mi sentii sollevata l’ultimo giorno di scuola. Ora, non che io sia uno stinco di santo, ma per lo meno dimostro maggiore coerenza, maggiore cura per le persone. Delle persone bisogna avere cura (ognuno a suo modo) come quando da piccoli si trovavano gli uccellini caduti dai nidi. Teneramente, ognuno a suo modo, ognuno con le sue forme di tenerezza.

Le cose preziose davvero, sono cose preziose per sempre. O se non altro a lungo, o se non altro non bastano due annetti scarsi per fare tabula rasa del buono. Due anni, due anni sono stati appena il tempo sufficiente per scordarsi, letteralmente scordarsi, di essere stati amici un giorno, ma amici quelli duri a morire -si pensava- dalle vacanze insieme ai pomeriggi ai compleanni ai viaggi a tutto il companatico. Ovviamente stronzate.

Una, una in particolare, un’amicizia decennale…accantonata, per leccare il culo a gente che diceva di non sopportare, solo perché sono sicuramente considerate “in” , ragionando nell’ottica del paesino ottuso dove vivo.

Ho una caratura spirituale per cui queste cose mi scivolano addosso, quell’ipocrisia non mi tange, nei miei venti anni ho amato e odiato davvero, non per comodità, senza palesi doppi fini. Ho avuto perfino cura dei miei nemici: li ho odiati al meglio di me, voglio dire. Una persona si può anche detestare senza impegno, svogliatamente. Invece ho odiato ardentemente , con tutte le forze, e secondo me è comunque un nobile sentimento.

Il passato, dice il mio Vate, è una tomba che non rende mai i suoi morti. Bisogna riempirsi di nuove sensazioni, nuove emozioni. Essere pronti nella vita a voltare pagine, a volte interi capitoli, a volte cambiare libro.

Tenendo presente che ciò che finisce in un certo modo, non era. O meglio, si è rivelato per quello che era, qualcosa di diverso rispetto a ciò ce si pensava. E come detto all’inizio è il tempo che ci ha pensato, a svelare il tutto.

Ragionando poi sulla tenacità del male, devo dire che sì, le sue radici attecchiscono meglio.

Sono crollate le super-amicizie, ma non si sono estirpate le piccole-medio-grandi antipatie, al massimo sono state appena appena coperte, e sono pronte a riemergere.

In questi due anni la nostalgia non mi ha minimamente sfiorato, l’università, tolto il periodo di smarrimento iniziale, è stata la mia rinascita. Vita nuova.

Si vive il presente in fondo, tutto il resto serve a fare un bilancio o una previsione.

Ma all’atto pratico, è  acqua liscia.

 

 

 

la marcia di Wagner

Sono uno a cui piacciono i dettagli, però sapete come va la vita oggi, più aggiungi dettagli e più costa. I vezzi li ho scelti io, con cura, femminilmente, perché lei per queste cose non è tagliata. Le ho lasciato l’osso, l’impalcatura, le cose che non possono mancare, ma per il resto ho scelto tutto io. La marcia, solo, ho voluto cambiarla all’ultimo. Ieri. Wagner, non so se intendete. Wagner, lo scontato Wagner (in certi casi dico, scontato per certi casi) e ho chiesto venisse suonata più grave, sì, quella marcia è molto più solenne, quasi inquietante, l’organo stride di brutto, Wagner, non me ne volere, ma Mendelssohn è decisamente più allegra, ma vai bene tu, così. Lei non sa delle novità del giorno, magari, dico, sarà una sorpresa quando penserà di doversi muovere con Mendelssohn, e per la navata risuonerà Wagner. Ma è anche vero che lei non ha l’occhio per il dettaglio, e nemmeno l’orecchio, probabilmente una vale l’altra, basta un accompagnamento musicale d’archi e organo, tanto per non far sentire i passi non propriamente saldi  risuonare per il corridoio, e poi è tranquilla, va bene così. Tutto filerà liscio.

Abbiamo evitato strascichi e troppe perline, abbiamo, perché lei per “stupire” sarebbe volentieri sfondata verso il pacchiano. Ma che volete farci, una persona si ama in tutto. Ho un unico rammarico. Fanculo il tempo speso intendo, o la strizza, so mantenere la calma e simulo bene tranquillità. Ma avrei volentieri infilato due soldi tra le tette della ballerina, ieri notte, ma no, neanche la vedevo, ero troppo alterato, fuori di me. Questi addio al celibato/nubilato sono deleteri, e non ho l’età.

Ad ogni modo.  La vedete lì, focalizzatela, è la madre della sposa. Un cappello a tesa larghissima che le copre il viso, tailleur, scarpe col mezzo tacco. Una donna snella, di una magrezza nervosa. E’ una donna simpatica, non si direbbe dalle mani impeccabili ma è anche una brava casalinga. Vicino ha il marito, uomo di poche parole. Poi la sorella di lei, in questi sette anni ho cercato di rifilarla varie volte a tutti i miei amici. Volevo fossimo una “grande famiglia”, capite. Però poi mi sono detto meglio così, che poi si guasta tutto, e le amicizie sono sacre. Sacre.

E’ in ritardo, ah, fanculo, non ho dormito un cazzo, gente che mi stringe la mano e mi ricorda che siamo stati da sempre una bella coppia. Manca lei, mancano i testimoni. Qualche chierichetto scalda gli incensi, suore entrano e fanno il segno della croce, signore, ammirate come ho allestito bene la sala, e sedetevi comode. Mi sono sempre chiesto se le suore ai matrimoni vestono diverse, ma invece no. Le suore non conoscono occasioni, queste sono quelle del club del punto croce, e delle gite organizzate. Una mano me l’hanno data anche loro, con la scelta dei canti. Vedo il fotografo, mi faccio fare una foto da solo, poi con qualche amico, che stringo forte. Godetevi la cerimonia.

Sono i dettagli che la fregano, i dettagli, senza di me sarebbe stata la solita cerimonia ingessata, e invece. Ho solo paura che non venga, perché è una cagasotto di natura. Ma non mi farà fare sta figura di merda colossale, dai.

Mi chiedo come ho resistito tutto questo tempo, e tutte queste estenuanti ore di attesa. Dall’ultima settimana, era giovedi, a oggi, non mi è passato un secondo, ho preso anche lo Xanax per distendermi ma niente oh, teso come una cazzo di corda d’arco. A proposito di corda d’arco, guardo in su, faccio un cenno ai violinisti e vedo sventolare l’arco da una delle nicchie, a mo’ di saluto. E vada per Wagner. Loro sono pronti, io un po’ meno.

“La sposa! La sposa , la sposa! I saluti dopo, prendete posto. Prova, prova, si prega di prendere posto”, che tradotto immagino significhi, venti cazzo minuti di cazzo ritardo, il prete ha da fare, cazzo.

Ah, a proposito, ho scelto anche il prete. E quel bifolco del mio testimone si è vestito uguale a me, cazzo. Era il mio compagno di banco del liceo, amici da sempre, amici sacri.

I vestiti non potevamo non comprarli da lui, li vende. E mi ha fatto un gran cazzo di servizio e un buon prezzo, roba da sentirsi in debito. Quello di lei è bello, le ha consigliato bene. E’ un vestito di seta, dritto, liscio, scivola bene, cade bene dappertutto.

Cadeva bene anche quando lo andammo a scegliere all’inizio, anche se lei era più in carne.

Un dettaglio mi ha salvato direi la vita, adesso non fatemi spiegare perché sono in panico, comunque sì, questione di fedi, una cazzata. Vuoi la data per esteso o coi trattini, davvero, tutto qui. Luca e Mia sono nomi corti, forse entrava per esteso. Ma era giorno di chiusura all’atelier. E non è un dettaglio da poco.

Che Wagner sia.

 

“Al cospetto di Dio Padre, e al Figlio, e Allo S.S, scambiatevi le vostre promesse”

“Io … accolgo te …come mio  sposo, con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.”

Tu che ti precipiti ad aprirmi dopo che il suono del campanello si era fatto più lungo, col tuo abito facile da mettere, perché scivola come seta. Ma sono i dettagli, amore, che ti fregano, sempre.E io ho atteso, dal saluto di lui rapido e trafelato, a sette anni fa, a quel giorno, a ora.

“No. Ti sei scopata il mio testimone, troia immonda.”

Lui tenta di farsi indietro, è questo il bello. Un gancio, amici, un gancio meditato da oltre una settimana da spaccargli il grugno e da ripulirci il sangue dei denti strappati coi polsini bianchi della camicia. E lo faccio, ed è un delirio.

Sento piombare il silenzio come un funerale, vedo gente che si guarda intorno senza sapere che fare, vedo la madre di lei impallidire, vedo le suore ripetere il segno della croce, vedo il prete prendere da parte lei che urla, vedo rompere le righe, vedo il più bel cazzo d’inferno che in quella chiesa si deve esser mai verificato, vedo demoni che ballano dentro quelle navate, ed è un delirio.

Il dettaglio, sapete, la seta non mente, e sotto il vestito non aveva niente, quel giorno. Stupida fino al midollo.

Poi penso un secondo alla mia vita distrutta, e tiro a me il microfono che sta sul leggio dove i preti piazzano la bibbia, e tranquillizzo chi devo tranquillizzare “visto che il ristorante l ho pagato io, seguitemi pure a pranzo, avevo già detto ai camerieri di allestire , sarebbe stata una cerimonia breve.”

Poi lancio un occhio al fotografo, che mi da’ l’ok. Pagato perché filmasse il tutto zoomando sulle facce dei due.

Poi guardo i violinisti.

E lascio che Wagner concluda il tutto,di nuovo, ecco, ci sta bene. E’ più solenne di Mendelsohn.

 

 

 

(liberamente tratto da un matrimonio finito male,anni fa, cui parteciparono degli amici di famiglia. Ah cazzo, avrei voluto esserci. Ci ho ripensato da poco, vedendo the wedding party.)

parte malenca

Contenere l’orgasmo. Un’espressione appena appena un po’ ecco…che se proprio proprio ti avvicini un pizzico la puoi anche decifrare. Ma da questa distanza, no. Poi lei sta anche un po’ girata, potresti sgranare un gran cazzo di sorriso. Invece no, contenere. Ma sì, una di quelle facce vaghe tra il pacatamente stupito e il leggermente sorpreso, un dettaglio impercettibile, una spolverata di senso di meraviglia, un’espressione facciale, lieve, un po’ paracula. “Ah, sì?” Bene così Letizia, tono di voce disinteressato e risoluto, e ingenuo, e svampito, e come casuale… come a chiedere: “ah sì, piove?”. Bene così.

“Eh…sì.”

“Ah. Ma tu pensa.”

Questo è un numero da Stella coi giochi pirotecnici, questo è il momento in cui ( internamente) la Parte Malenca stappa la bottiglia delle grandi occasioni, la porge a Parte Benevola, deridendola. Si sollevano i calici per i brindisi. Parte Malenca manda affanculo parte benevola, ancora una volta. Ed è quel godimento sottile, da ghigno interiore… mentre Parte Malenca sbrana Parte Benevola che balbetta pietà, solidarietà femminile, empatia. Non me ne fotte un cazzo. Cazzo! Sì, cazzo. Era ora.

Il godimento sottile di quando da piccola bruciavo i formicai e vedevo quelle masse nere fuoriuscire dai loro buchi, e fuggire, e scontrarsi, creare file estremamente disordinate, mentre io le avevo sempre viste ordinate e precise, le formiche.

Il sottile piacere della dissoluzione, del male, della disgrazia altrui, capite. La rivalsa, lo schiaffo morale al tuo rivale, il momento in cui estirpi un dente guasto, ti togli una spina da sotto un dito, il momento in cui tutto ciò che vorresti fare…o che avresti voluto fare…sarebbe stato poter assistere alla scena.

“Ah, ma dai!”

“Guarda lo so che sei contenta.”

“Racconta! Dai!”

Sono momenti di una gioia troppo intima, per poter essere esternata, capite.

“L’ha lasciato lei”.

Ah.

Ora, la sostanza non cambia. Certo, forse il mio godimento sarebbe stato più completo. Più completo, voglio dire, così è come un ottimo pasto cui manca il dolce, ma fa niente. Le cose sono andate come sono andate.

E come sono andate? Io mi chiedo…come. La mia scena preferita, potessi proprio plasmarla come fossi un Dio, sarebbe prendere lui, lei, e un’altra. Mettere insieme lui e l’altra. Far sì che lui lasci lei, per un’altra.

Invece le cose sembrano essere andate diversamente. Se è lei che ha lasciato…oh, non starà lì a rimuginarci troppo sopra, conoscendola, perché conosco di che pasta è fatta, conoscendola dicevo, già starà con un altro. O quanto meno, frequentando un altro.

Ma poco male. Di questa favola, il finale aperto, diciamo…quello che un po’ sai che tanto le cose vanno così, ma che ti lascia un po’ in forse. Il finale peggiore tra i migliori.

La mia rivale da sempre, dalle medie. Si-è-lasciata-dopo-due-anni-e-passa-di-storia-con-il-suo-bellissimo-ragazzo-e-io-risveglio-la-mia-parte-infantile-sopravvissuta-indenne-all’adolescenza-e-alla-mia-nuova-età-adulta-e-risveglio-la-memoria-di-un-paio-d’anni.

Un paio d’anni, appena quello che basta. E lui qui, e lui là. Ma quale paio d’anni, bastano due mesi. Sì, davanti a una pizza, un compleanno ingessato, e lei a raccontare di quando è andata a Sharm con lui, poi è tornata, ha dato un esame, così, al volo, e ci ha preso trenta. Abbronzatissima e perfetta, un vestito fantastico. Che cazzo. Mi capite?

O a scuola, Dio.

Appena io mi ero lasciata…e lui è qui, e lui è là, e stiamo coooosì bene, bla bla bla. Ah, Lety ti sei lasciata? Nooo, va bè, dai, adesso passa.

E’ un odio che voi gente, non potete capire. Perché interferiva col mio ego. Perché sembrava imperturbabile, lei, i suoi addominali scolpiti, il suo fisico perfetto. Perfettissima anche struccata, mai un capello fuori posto, voti altissimi. Mi capite. Quella sua smania di supremazia, di rivaleggiare, come la mia. Ora, le starò probabilmente indifferente, mi capite. Forse le stavo indifferente anche allora. Ma quando una ti sta sul cazzo ti sta sul cazzo, punto. L’invidia mi montava su stile sufflè… e io ero pure stata lasciata.

Oh ragazzi lo so, è infantile, ma quanto cazzo ci godevo quando le capitava qualcosa di diciamo non bellissimo. Sembrava riuscirle tutto, oh. E poi stavamo sempre a insultarci.

Lasciata. Sì. Tiè. Karma, grazie!

Grazie grande Karma. Ti ho molto sollecitato affinché avvenisse, da quando smessaggiava con lui furtivamente e con un grosso sorriso dietro quei banchi, direi.

Quella stronza che si lamentava sempre ed era pure francamente inutile perché manco ti faceva copiare un cazzo.

Piagnucolosa.

Iper-puntigliosa.

Bamboccia.

Sono tutto io.

Mammona.

Indietro per i suoi anni.

Superficiale.

Ottusa.

E che cazzo, io non ti conosco, conosco solo quello che avevo voluto conoscere di te, va bene. E adesso manco importa più, chissà che fine hai fatto, e chi se ne frega.

Ma mi ricapiterai sotto tiro, io ne sono sicura, ancora. Nel mio studio, magari.

Fantasie? Eppure sento che il Karma che mi ha sottilmente legato e te, che sei una sorta di mio combattutissimo alter ego, ha ancora qualcosa in serbo. Perché va bene l’antipatia, ma il non poter PROPRIO andare d’accordo mi sembra assolutamente eccessivo, sì.

Ci rincontreremo, sono sicura, come i grandi nemici. Intanto assaporati sta ferita, tanto, anche se hai lasciato tu è sempre una ferita, un piccolo fallimento, no. Ti sei dovuta ricredere su qualcosa, su qualcuno, in vita tua. Dopo due o tre anni di simbiosi, è sempre strano, no.

Sì, lo sento. In fondo se non avessi conosciuto te, e l’altro…e l’altro…e il terzo…in minima parte…non sarei come sono. Che può essere bene o no, ma non sarei così. Sei servita anche tu…

Sorella.

la pagnotta

Ennesima orda di proteste sui test di ingresso (in generale) e su quelli di medicina in particolare.

Studenti freschi di maturità che sbuffano perché devono colmare l’impreparazione in materie scientifiche in tempo record.

Test “assurdi”, “nozionistici”, “un terno al lotto”.

Ora. Poiché la parola “meritocrazia” rimbalza di bocca in bocca da svariati annetti, poiché “taaaaaanto non basta essere meritevoli, vincono solo i raccomandati/i figli di…”

Bene. Il test d’ingresso è un ottimo modo per dimostrare che non vincono solo i figli di. E che veramente i meritevoli vanno avanti. In perfetta linea con la costituzione tra l’altro, art 34 se non erro.

I capaci e i meritevoli, non erro, non erro.

I capaci da una parte, i meritevoli dall’altra. I meritevoli sono quelli che si impegnano. I capaci sono persone con una marcia in più.

Dura lex sed lex.

Quindi quale migliore occasione di dimostrare le proprie capacità e il proprio merito in un test dove non si valuta solo il nozionismo, ma per fortuna anche la cultura (generale, ma sempre cultura è. Inutile dire “non puoi farmi domande sulla grattachecca o su san remo, perché io sarò un medico e non mi interessa.)

Questi test, e queste domande, servono ad appurare che le capacità non sono solo quelle dei libri, ed è giusto così.

Allo stesso modo,  è giusto che la logica venga premiata. Per cui sono sacrosante quelle domande di logica, che tra l’altro, guarda un po’, sono le stesse che si sottopongono al test del Q.I.

L’intelligenza logico-matematica non è l’unica forma di intelligenza (esiste per esempio anche l’intelligenza emotiva), ma è sicuramente quella più facile da misurare.

Ed è giusto che in un futuro medico (ma in generale è giusto per ogni individuo) si valuti intelligenza e cultura. Capacità e merito.

E non solo quelle 4 nozioni che si imparano al liceo.

Ai test di ingresso alla Normale (probabilmente mi rimorderò i gomiti fino alla morte per non averlo tentato, ma  ho virato all’ultimo momento da Lettere-da poter fare solo e soltanto lì- a giurisprudenza, da poter fare ovunque) valutano SOPRATTUTTO l’intelligenza.

Le versioni che ti sottopongono sono test di intelligenza pura.

I temi che ti fanno fare sono saggi senza documenti su un argomento a caso dal primo al quinto superi0re.

Il test orale che ti devi preparare si basa tutto sul misurare le capacità espositive e di ragionamento.

Bene così.

Forse dobbiamo disabituarci alla facilità, sono i tempi che ce lo chiedono.

Forse siamo stati un pugno di generazioni troppo agevolate, svezzate a omogenizzati, vaccinate di tutto punto, servite e riverite, non abbiamo mai imparato il senso della sfida, della conquista, del doversi guadagnare la pagnotta.

E ci troviamo, invece, in un mondo precario, dove precario è tutto. Dagli affetti, al lavoro, al futuro.

E doverci guadagnare la pagnotta è sempre di più necessario.

D’accordo che ci stanno disumanamente spremendo fino all’osso, d’accordo che di questi tempi  (diciamo negli ultimi decenni,questa è la punta dell’iceberg) c’è stata una marcata elisione dei diritti costituzionalmente garantiti, ma col senno di poi capisco che per quanto le celeberrime affermazioni “il lavoro fisso è monotono, abituatevi a cambiare” e “il lavoro non è un diritto” siano veramente infelici, sono per lo meno vere. Sincere. Crude.

Di questo le nostre generazioni hanno bisogno, che gli venga sbattuta in faccia la realtà, e la realtà è che devono abituarsi al precariato e lottare per raggiungere un posto decente (per quanto il lavoro E’ un diritto sulla carta e per quanto la retribuzione DEBBA garantire un’esistenza libera e dignitosa) e poi combattere ancora per mantenerlo.

Per cui, se ti viene sbattuto davanti un test “difficile”, ma chi se ne frega, è giusto così. E’ in armonia col resto.

Ed è veramente l’unico modo per garantire le pari opportunità, forse non in toto (perché il disonesto con il test svolto in anticipo ci sarà sempre), ma gli studenti che di fatto entrano sono solo 1 su 8.

Gli altri sette sono regolari, ed è già molto.

E poi cazzo, dovrete aprire corpi umani.

La selezione naturale avverrà anche dopo. Gli schizzinosi e i poco studiosi verranno stroncati strada facendo, in quel giustissimo processo di scrematura naturale. Quelli con lo stomachino debole non arriveranno a operare.

Ma il test d’ingresso è un ottimo esempio di scrematura iniziale. Come principio non è affatto sbagliato, fosse per me sarebbe da mettere in TUTTE le facoltà dove gli iscritti superano un tot. di persone stabilito per legge, e calibrato all’effettiva necessità di posti di lavoro per quel settore, o affini.

Così facendo non si creano tra l’altro facoltà di serie A e di serie B, dove la mancanza del test fa sì che diventino facoltà dove la gente si iscrive in massa. Peggiorando la qualità dei corsi, peggiorando la qualità dei laureati, costringendo i laureati a una sanguinaria concorrenza.

Il punto è che, anche lì, un minimo di scrematura iniziale c’è (frequentando giurisprudenza , anche se solo da un anno, ho potuto constatare che di fatto gli abbandoni sono tanti,e che già dal prossimo staremo più larghi) , ma non è sufficiente.

Ah, naturalmente i test sarebbero gratuiti.

Perché è ABERRANTE far pagare a uno studente 60 euro per un cazzo di test, per trovarsi di fronte a un foglio, una penna, e un cazzo di banco.

Palese che i test sono fonte di guadagno per gli atenei, e questo non è concepibile. Veniamo già abbondantemente vessati di tasse, e non è possibile.

Ma che venga abbattuta questa inutile e perbenista estensione del principio di uguaglianza, travisata nel “tutti possono fare tutto”.

No. Non è vero.

E’ giusto che tutti abbiano pari condizioni di partenza, spianando le agevolazioni che appartenere a una certa estrazione sociale possa garantire.

Ma poi,basta. La favola che “basta crederci” è appunto questo, una favola.

Che si metta da parte la speranza, e ci si armi di cervello. E si tirino fuori unghie e denti. Stiamo per scrivere una pagina di Storia,ed è bene fuoriuscire dalla bambagia, ed essere più concreti.

In bocca al lupo per l’esito dei vostri test.

 

 

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