ballatasadica

A sua (di Lei) immagine e somiglianza.

scale

ho asciugato al cielo, e ancora le asciugo, numerose, numerose lacrime

Ma sempre con gli occhi dignitosamente coperti dai Persol, dai Gucci, dai Ray-Ban.

Sono stati pianti genuini, spontanei, amari, dannatamente amari, dietro quelle lenti scure, sfumate, aranciate.

Non esiste piu’ nulla in grado di sottrarmi dalla profonda infelicita’ in cui e’ piombato il mio cuore. Ne’ la famiglia, ne’ il sole, ne’ il mare, ne’ l’estate.

Anzi, non vedo l’ora finisca, se devo essere sincera.

Annaspo in una solitudine nera, vivo solo di illusioni, che si smantellano una dopo l’altra.

Mi sento brutta, piccola, insignificante, debole, inculata, ingannata, infiacchita. Grassa.

Saranno sei mesi buoni che questa morsa non mi lascia pace.

Il male, l’orribile male che ho fatto, i miei tradimenti, la mia mancanza di lealta’, mi si è ritorto contro, come un incantatore di serpenti che si fa uccidere proprio da uno di loro.

Il bene che fai, si disperde, se lo porta via il vento.

Ma il male, il male no. Per qualche strano motivo le leggi circolari del nostro universo fanno sì che puntuali arrivino i conti. Meno puntuali, i premi.

Ho supplicato Dio di darmi pace.

Ho implorato di tornare a far girare la mia ruota, perche’ cosi’, queste interminabili ore hanno il gusto stantio delle venti e passa sigarette che mi fumo ogni giorno, nervosamente, con gli occhi vitrei, sbarrati, a fissare un punto vuoto.

Neppure la piu’ alta, la piu’ bella letteratura americana mi aggrada.

Certe mattine mi sveglio per colpa del sole, mi ricordo che dovrei tenere le tapparelle abbassate, la prossima volta, così il sole non mi ferisce le iridi da sotto le palpebre, vedrei nero e non arancione, e potrei continuare a dormire a oltranza.

Una vita meschina, di attese, ansie, silenzi, frecciate al cuore una dopo l’altra, le unghie massacrate, l’autostima persa chissa’ dove.

Accarezzare un vago desiderio di morte, come se fosse l’unica via d’uscita.

Ma c’e’ la speranza , a tirarmi su.

La stessa speranza che tutti reputano “inutile”, sciocca, un “sogno”.

Perche’ io devo morire oggi, non saprei mai se domani tornerei a sorridere, no?

Ed è in nome di Lei che alla fine scelgo di aprire gli occhi e tirami giu’ dal letto, che alla fine anche se nel pieno del disgusto scelgo di prendere a schiaffi la vita, correre, scrivere un romanzo che si sta componendo a velocita’ direi folli, sperare di potermi finalmente decolorare i capelli, perche’ questo nero è orrendo. Orrendo. 

luce, io voglio la luce!

L’innocenza, il castano miele.

Tornero’ a sorridere, sì.

Verra’ anche il tempo in cui potro’ togliermi gli occhiali da sole, ghignare in faccia al mondo il mio desiderio di rivalsa

Verra’ il tempo in cui trovero’ un uomo degno di questo nome, mio degno compagno, mia perfetta meta’.

Verra’ il tempo in cui tutti avranno in bocca il mio nome

Il tempo di vendette inflitte sorridendo .

Il tempo di distruggere io, qualche cuore.

Il tempo di tornare a pensare in modo piu’ lucido

il tempo di rialzare la testa, tornare a vivere emozioni positive.

Tornare a credere che il karma che domina la mia vita è positivo, e che aveva ragione il santone indiano che incontrai per caso a Loreto, da piccola.

Quando poco piu’ che camminavo, eppure scesi dal passeggino, senza aspettare che i miei genitori mi prendessero in braccio, e scalino dopo scalino, un po’ gattonando e un po’ camminando, mi ero arrampicata su su su su su , fino in cima. “Salgo, salgo, salgo, io ci arrivo. Salgo!”

Tutte quelle fottutissime scale.

E c’era quest’uomo. Che in mezzo alla folla fermo’ mia madre, senza ovviamente sapere che quella donna a caso che aveva approcciato fosse mia madre.

“io questo ti dico. Sento un krisma buono. So che quella bambina su in cima è tua figlia, so che quella bambina su in cima è nata per fare grandi cose. Diventera’ una persona importante”

E se n’era andato, voltandosi, senza chiedere nulla in cambio , senza udire nessuna risposta

Io sono ancora quella bambina , smaniosa di vedere com’è la visuale dalla cima.

Quella bambina vive ancora dentro di me.

Ed è in suo nome, solo in suo nome, che stringo fortissimamente i denti, asciugo le lacrime, sopporto il peso centuplicato di ogni gradino.

Io ce la faro’, perche’ sono di fibra forte, sono nata, progettata, per farcela.

Mi chiamo Letizia, e di conseguenza devo portare alto il messaggio insito nel mio nome.

Porto il nome della felicita’, la cui ricerca è il motivo che spinge a vivere, quindi il mio nome parla di vita, di speranza, di piacere, di luce, di sacro.

Io mi chiamo Letizia.

E usciro’ dall’incubo di questo male.

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