ballatasadica

A sua (di Lei) immagine e somiglianza.

Alice nel paese delle meraviglie, e il cappellaio matto.

Premettendo ovviamente che a me quella favola è sempre andata di traverso, troppo british.

E premettendo che Alice è un’idiota ingenua tonta col vestito a ruota.

IO ero Alice, e me la stavo facendo sotto, nella mia orrenda gonna a ruota azzurra. Già tipo mi immaginavo seviziata e sgozzata a grondare di sangue dentro a un dirupo.

Allora, immaginatevi sto tipo. Completamente, e per completamente intendo- Dio, chiamate la neuro- schizzato.

21 febbraio e lui vestito con le converse panna, jeans stretti strappati dai cui buchi si intravedevano le gambe magre e lunghe, felpa grigia anche lei strappata e come sporcata d’olio di motore (effetto voluto, alias,ce l’ha comprata) e giacchetto nero di pelle. Pure una mise figa, devo dire.

Aspetta un attimo. Dio, sto narrando in uno “stile” estremamente adolescenziale-problematico-bambina cretina, ma stanotte mi sono sognata coniglietti e merli morti, e mirabilandia, zucchero, lui, Beppe Grillo, ecc.

Secondo me, Alice che si è impadronita di me, ancora non ha levato le tende.

“Monta, su, sali! Che mi racconti, dai raccontami qualcosa, ho un accendino bellissimo bianco e l’ho perso, devo comprare le sigarette, scendi, c’è il distributore, sììì ce l’ho la tessera sanitaria , me la porto sempre dietro a posta, mi serve una fidanzata, non ci vai a ballare?, ma come ti saltano le unghie se premi un tasto, si vede che non lavori eh, domani mi faccio un tatuaggio da solo, ma hai già visto, mi sono tatuato un cervello che viene lavato -ah ah, lavaggio del cervello, suuu, sorridi, ah ma quindi hai un cane, io voglio un serpente per il mio studio-”

“Sono ventitre anni che…”

“tu non hai ventitre anni.”

squilla telefono-spiticchio sull’iphone-vagare a caso in macchina, arrivare davanti a un bar, ho cambiato idea, vieni a casa mia.

 

Coooosa!?

 

“e dai vieni non ti stupro lo giuro, sei fidanzata. Sei fidanzata, sei fidanzaaaata!!!! Ah ma se ero io il tuo ragazzo mi incazzavo di brutto, esci con me e sei fidanzata, io ti lasciavo, cara, ti avrei lasciato subito”.

“Ma veramente io devo solo vedere dei disegni per un tatuaggio.”

“Appuntooo, vieni a casa mia ho l’ipad e tutti i disegni che vuoi, ho pure la macchinetta, vuoi un tatuaggio al volo?”

Cristo di un dio.

Però mi sembrava un matto innocuo. Voglio dire, sono cose che si capiscono a pelle.

Entra, si butta a 4 di spade sul divano – grande considerazione nei miei confronti, devo dire commuovente- accende la tv, mi chiede se voglio giocare all’x-box , se voglio fumare, se voglio dell’acqua, vede che c’è Silvio in tv, dice che è un grande, che fa troppo ridere, che è simpatico, che lo voterà.

Sul tappeto c’è un osso fucsia di gomma smangiucchiato, per il resto è tutto abbastanza in ordine, per vivere da solo.

Si alza di nuovo nervosamente di scatto, va verso il computer, parliamo di sta benedetta fenice.

La vuoi così, la vuoi cosà, la coda come la vuoi, la scarabocchia nervosamente su un foglio, e me lo immagino con gli stessi gesti nervosi a scarnificarmi un’anca. Misura la grandezza del disegno con pollice e indice, mi appoggia le dita magre sull’inguine, dice che quella grandezza va bene, mi dice “anche subito, anche ora, anche domani, quando vuoi, te lo faccio gratis.” Poi mi fa vedere i tatuaggi che ha fatto lui, quasi tutte farfalle, sono l’addetto alle farfalle, mi riescono perfette, sembrano vere, sono un farfallaro.

Mi accendo una sua sigaretta e mi rimetto sul divano. C’è Bersani in tv, per la prima volta Bersani mi sembra un soggetto rassicurante e normale.

“Ma come si fa a votà sto quiiii, ma guarda come parla, ragassi, ma chi lo vota? E tu, non lo votà saaaa’, comunistella!”

“…”

“Belle, le tue foto. Tranne quelle con la mela.”

Cristo di un Dio.

“No, quelle non mi piacciono.”

Si è rimesso sul divano in un’attitudine quasi dolce, un po’ malinconica, nonostante il tono scanzonato con cui aveva portato avanti la conversazione.

Ero lì lì per chiedergli di suo figlio, del perché si lasciasse vivere, eccetera, eccetera.

“Ma se ti chiedono foto più sconce, le fai?”

“No.”

“Ma falla a tutta schiena la feniceee”

“Voglio una cosa piccola.”

“Che palle, vogliono tutte cose piccole.”

(dipende dai contesti, però non mi sono sognata di ribattere, avevo paura delle conseguenze di un assist così clamoroso)

“Non ho voglia di togliermi i jeans, sennò ti facevo vedere l’ultimo tatuaggio.”

“riportami a casa.”

“Cooooosa? Dai su ma di già”

“sono passate 2 ore e mezza.”

“dopo riposino?”

“No.”

“E dai però.”

“Bene, torno da sola.”

“va bene va bene va bene, dai su, conto fino a 3 e mi alzo, giuro mi alzo, uno, due, tre”

Si mette in piedi saltando come una molla.

Mi riporta al parcheggio.

Allora, buonanotte.

In fondo-penso-non mi ha sfiorato manco con un dito, al che, considerando il tipo…deduco che devo avergli fatto decisamente schifo.

Per una volta in vita mia sono contenta di aver fatto schifo a qualcuno.

Però immagino che il tizio, se uno è in grado di gestirlo, debba fare un certo effetto sulle donne

. Di fronte a persone sfacciate, dirette e sfrontate, imprevedibili, “matte”, irrazionali, illogiche e impulsive, io, che sono la rigidità, il controllo, la razionalità, il calcolo, mi sentivo affossare i piedi nelle sabbie mobili. O vagavo in una stanza buia come un non vedente. Non sapevo che dire, come mostrarmi, cosa ribattere, non sapevo quali potevano essere le sue reazioni e mi sono sentita decisamente in soggezione, “timida”.

Gli idioti, passate il termine, completamente fuori da ogni schema, mettono timore.

Ho letto qualche frase inglese che gli correva lungo polsi e malleoli. “Me ne sbatto” e “giovane, selvaggio e libero.”

Appunto.

In radio c’era zucchero.

“ti piace zucchero?”

“solo sul caffè. A te no?”

“Io lo bevo amaro.”

“e ti pareeeeeva che avevamo una cosa in comune”.

Sorrido, chiudo lo sportello, lo ringrazio per la disponibilità.

Addio.

(nel mio sogno c’era un prato battuto dal sole, ci zompettavano conigli piccolissimi, c’era odore di merli morti rigonfi di vermi, lui non ricordo che faceva, zucchero sedeva su una panchina, e io, a un certo punto, lucidamente, ho pensato che volevo svegliarmi e farmi un caffè.

Rigorosamente amaro.)

 

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