ballatasadica

A sua (di Lei) immagine e somiglianza.

ira di dio

In un posto che non esiste, e non è mai esistito, lei è una creatura letea e immemore, leggera come i pensieri che non ha.

Vivevamo esattamente come gli animali del giardino, che non conoscevano il senso del male e del bene, come non lo conoscono ora, e sono quindi felici. Si nutrono dei frutti spontanei della terra fertile, bevono l’acqua distillata e pura, specie di animali diversi e magnifiche chimere mai più viste oggi. L’unica cosa che ci rendeva diversi era la parola, parola usata per ringraziare continuamente il nostro creatore, che mandava il bene dal cielo. Gli animali sono sua diretta espressione, i comandi che Egli ha dato loro sono connaturati in essi come le cellule, noi no. Avevamo bisogno di udirli, aveva bisogno di educarci come fiere indomabili, come puledri liberi, o giumente senza catene, senza freni. Sapeva sin dal principio, Dio, la donna com’era.

E infatti l’ha creata per prima, per prima l’ha creata perché fosse testimone di quelle meraviglie, e disse lei, da subito, che la sua struttura era aperta, che lei era potenzialmente infinita, che lei necessitava qualcosa che le riempisse l’incavo, come vedeva fare con tutti gli animali. La donna aveva bisogno di me, per completarsi.

Dio già mi aveva pensato, ma dopo di lei, e soffiò lo spirito vitale anche a me, perché ci completassimo come gallina e gallo , giumenta e puledro, e tutte le altre magnifiche specie viventi, che tra loro parlano una sola lingua.

Non fu la mela, che innestò il tutto, fu un fiore.

Per renderle omaggio strappai da un cespuglio spontaneo un fiore bellissimo, bianco.

Strappandoglielo e porgendoglielo perché lo inforcasse tra i capelli ramati, forgiai il primo peccato, la vanità. Rubai un pezzo di giardino, un pezzo di tutti- quel fiore non era mio o suo come non lo era del puledro o della giumenta-perché ne esaltasse la bellezza.

Fu allora che iniziò a pretendere sempre di più, quando s’insinuò in lei il sibilo della serpe. Ma non fu la serpe il problema. Fu lei, che la chiamò, perché era un animale inimicato con Dio, e quindi, pensava, forse anche lui aveva colto il frutto.

Fu lei, a chiamare la serpe, che annodò le spire intorno a lei, e sibilò : “io ho colto il frutto, e questo è stato il risultato. Sono stato cacciato, bandito, cacciato, mi schiaccerà la testa e mi reprimerà per secoli.”

“Che sapore ha quel frutto?”

“E’ il peccato originale.”

“Che significa?”

“E’ il libero pensiero, è la curiosità, è la possibilità di allontanarti da questo posto ovattato, di capire, è la ricerca del piacere e della felicità, ma una felicità consapevole, questa è una droga. Tu ora sei una creatura letea, leggera, immemore, non hai pensieri, solo istinti di fedeltà alla creatura, pensa se potessi scegliere una felicità autentica. Già così non ti basti. Il fiore sui tuoi capelli nel tentativo di abbellire una creatura perfetta ne è la prova, questo mondo è bello, ma non è per voi, che sarete mossi da altri impulsi, altri desideri.”

“Come fai a conoscere tutte queste cose?”

“Mangiai il frutto.”

“Dove si trova?”

“Per voi, in nessuno di questi alberi. Chiama il tuo uomo e prova con lui il sesso solo per piacere, avrai colto e assaporato il frutto, e poi potrai essere felice.”

“Tu non hai l’aria felice”

“Nemmeno tu, con questo fiore. O ti togli il fiore, o mangi il frutto.”

E allora la mia donna non resistette. Tentata dal serpente, divenne un serpente lei stessa, e cedetti, perché Dio aveva scelto per me la più bella delle creature, anzi, lei aveva scelto me, e per la prima volta dopo la rivelazione della serpe mi appariva in tutta la sua bellezza senza pari. Una bellezza pura.

Ma Dio si adirò, perché lui era perfetto in se stesso, e non poteva godere come una creatura, appagata dalle cose basse. Dio contempla sempre una magnifica solitudine, una solitudine durata millenni, finché ci ha creato. E ora ci vede godere, disubbidire.

Fummo la sua prima creatura imperfetta, la prima in grado di sbagliare, sbagliò.

Così non ci precluse la felicità, ma ci rese mortali, quindi infelici, di fronte a una grossa incertezza.

Si nascose tra le nuvole, affinché non lo vedessimo più, anche se c’era, perché se mancasse mancherebbe tutto il creato.

Non ci precluse la bellezza, ma fece sì che il tempo potesse alterarci come cose sudicie.

Non ci tolse il piacere, ma lo ricondusse al peccato originale, al primo atto di trasgressione.

E la mia donna bellissima mi apparì per quello che era, un pezzo di carne che respira, e le tirai i capelli con rabbia, fino a farle sanguinare il cuoio capelluto. Prima non conoscevo la violenza.

Ma poi lei mi guardò con gli occhi verdi e torbidi, e mi disse: puoi pensare.

Ed era vero.

Puoi pensare liberamente e hai la possibilità di migliorare te stesso, crei tu la tua vita e non accetti la gioia effimera degli animali. Soffrirai continuamente, forse a causa del pensiero, ma potrai pensare.

Così imparai a scrivere e scrissi.

Il poter pensare non significa poter pensare “bene”, dissi.

“partorirò molti figli, ci saranno diversi malvagi, che uccideranno i puri, perché mossi dal pensiero cattivo.”

Ma siamo liberi, dissi.

Così guardai la landa desolata di fronte a me, mentre le porte del giardino si chiusero dietro di me.

Senti quanto costa essere liberi. L’ira di Dio.

 

 

 

 

 

 

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