ballatasadica

A sua (di Lei) immagine e somiglianza.

lapsus

Del Tizio mi sono decisamente scordata tutto, pure il  nome. Credo fosse tipo Luca o Andrea o Marco, propendo più per Luca, ma non sono sicura. Il cognome mi sfugge ancora di più.

Però era Inverno o forse tardo Autunno, ma non ricordo il mese. Forse quest’anno era già iniziato, ma non so.

Mi pareva uno che ci teneva, voglio dire, ci teneva a farsi piacere. Ma che era uno completamente andato, io lo sapevo. Voglio dire, uno che ti si presenta in cravatta, e cappotto e scarpe così incredibilmente da vecchio, è uno decisamente andato.

Per carità, ognuno si veste come vuole, ma ognuno si approccia anche con chi vuole. E se permettete l’approccio con uno che ti porta in un bar drammaticamente anni settanta-primi ottanta- tipo barsport- a smangiucchiare noccioline e bevacchiare acqua tonica, mentre ti squadra, ti fissa, e ti racconta della sua vita usando troppi termini desueti, troppi avverbi, troppi virtuosismi…be’, potevo aver passato sabati migliori anche con febbre e magari annesse placche alla gola. A spararmi un film balordo alla tv, replicato e replicato, ciabatte, pigiama, copertina, dolcetti in una ciotola, mi capite.

Ma dicevo, su non essere così chiusa con le persone, non tutte rientrano in certi parametri rigidi, su, magari è un tipo per lo meno simpatico, no?

Così ho pensato: Ma dai, non c’è niente di male se gli piace Oscar Wilde. Se è un tizio che si esprime per citazioni. Se vive per citazioni. Se fa foto tutto incravattato. Se perfino nelle foto di qualche gita di classe, lo era. Segno che questa sua “usanza” è radicata da anni, e nelle occasioni più errate. Cazzo è come se andassi in palestra in vestito da gran gala, non puoi calarti una cazzo di giacca e cravatta ogni santissimo giorno, non sei Obama, e non sei null’affatto produttivo per la società. Forse lo sei più di me, ma il tuo contributo non è rilevante. Vestiti più easy.

No, ma che vai pensando, ecco, la solita antiquata rigida, o esiste il tuo gusto, o il cattivo gusto. Sprovincializzati, Lety, il mondo è bello perché è vario.

Poi, nel sorriso tirato a seguito di una stretta di mano, un pensiero mi ha attraversato la mente, da orecchia a orecchia: prima e ultima volta che ti vedo.

Il pensiero si è poi rafforzato ascoltando i suoi racconti, ciancicavo noccioline.

Ho staccato completamente la mente mentre mi raccontava di qualche vecchio-ovviamente!- libro che aveva letto e si ritrovava nel personaggio e oddio-come-sono-filosoficamente-impegnato.

Desueto, sapete come dire, desueto. Io non mi sarei stupita se tipo a un certo punto avesse tirato fuori tipo quegli orologi a cipolla. Fumava quelle sigarette tutte bianche con la scritta argentata, le più care in assoluto, le aveva in un portasigarette argentato, vecchio stile. Ovviamente.

Non era brutto. Da quella bardatura demodé forse si poteva intuire un bel fisico. Era uno di quei tipi magri, occhi verdi, e piti piti piti pì.

Forse il numero due con ci sono uscita nel 2012, sono forse arrivata a quota sei. Forse uscivo con due tizi insieme, ma non ricordo.

So solo che ero drammaticamente combattuta tra il “cazzo voglio uscire da questo bar schifo” e “poraccio, questo si è impegnato settimane su settimane in citazioni-sviolinate-inviti, tutto nell’infelice tentativo di darsi un tono, era quasi doveroso uscirci una volta, dico, giusto una volta. “Poi ok, mi sarei inventata la solita roba, periodacci, ex, sono lesbica, mi trasferisco in Tibet, cambio sesso, ho avuto la vocazione e vado a farmi suora. Di clausura. Senza contatti col mondo esterno, per sempre.

Che era appunto ciò che stavo pensando. Non di farmi suora chiaramente, ma QUALE scusa avrei potuto rifilargli.

Freddamente osservavo i suoi movimenti labiali, bla bla bla. Dai racconti delle sue vacanze con gli amici (non osai immaginare che tipi), alle sue tecniche di abbordaggio in vacanza, finché solo due cose di tutto il suo monologo mi interessarono. Dovetti un attimino parafrasare il tutto, togliere gli arcaicismi, le figure retoriche, parole con troppe sillabe, eccetera, eccetera.

Il succo del discorso- il Tizio era sfondato nel teologico e nel metafisico- era: io credo che siamo come i dadi, un giorno esce una certa combinazione. Succedono cose, tanti passaggi, poi si ritirano due dadi e a un certo punto nella storia si ripete la stessa identica combinazione, nello stesso modo, e rifai le stesse identiche cose che fai ora, per cui, molto dopo essere morti, un giorno, in un’altra epoca, magari ritroverò te a mangiare noccioline, in questo bar.

“Ah be’, spero che per allora gli abbiano dato una ristrutturatina.”

Che era, banalizzato, assorbito, storpiato…l’eterno ritorno.

“immagina che dovessimo fare in eterno le stesse cose, che tedio…”

(Sì, infatti. Sta scena moltiplicata in eterno, anche con secoli in mezzo, mi pare da non doversi ripetere, insomma.)

“Eh, già…”

“Hai un’opinione tua su qualche argomento?”

Prelevo la mia manciata di noccioline, le sgranocchio amabilmente a bocca piena e aperta. La mia unghia smaltata si protrae verso di lui, tipo lo indica . “Ah bè” -ciomp ciomp “io ho opinioni su praticamente tutto. Mi dai l’idea che te di tuo, sei poci. Sei tu che mangi citazioni, io al massimo”-sgrunc sgrunc- “noccioline”

Seconda cosa, forse era venuta prima o forse un po’ dopo: “io una volta sono arrivato in macchina fino a firenze per vedere una ragazza.”

“Ci stavi insieme?”

“No.”

“L’hai più rivista?”

“No.”

Non le piacevo. Ma quando a un maschio interessa una ragazza, finisce in capo al mondo.

Al che ho pensato che nessuno era mai finito in capo al mondo per me. E ho solo detto: “Solo gli idioti lo fanno.” E ho pure pensato: habere, non haberi. Ma non l’ho detto, sapeva di citazione.

Il bello è che il tipo mi ha scaricata, o meglio, mentre, dopo tipo tre giorni che non mi ero in alcun modo fatta sentire (optai per la tattica meschina, la scomparsa) sebbene lui l’avesse fatto SUBITO (con annesse altre incantevoli logorroiche cagacazzo smancerie), cercai di rifilare una scusante a caso, o un insieme di scusanti, variamente combinabili, lo sentii dire: “guarda che in realtà sono IO che ti dico che non mi interessi, non siamo per nulla simili.”

Meno male, scrissi.

E lo pensavo davvero, e lo penso tutt’ora.

Perché ci pensavo?

Perchè voglio segnalarlo a Enzo e Carla per come ti vesti.

Ma non mi ricordo il nome, che palle, non me lo ricordo proprio.

 

 

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