ballatasadica

A sua (di Lei) immagine e somiglianza.

post-adol

Essere post-adol nella post-modernità, un bordello. Ci hanno fatto anche degli studi a riguardo. Nel tentativo di scrivere un libro che tocca anche questa tematica mi sono dovuta documentare. Perché devo, a questo punto della stesura (tempo tiranno, non ne ho mai! O forse non è che non ho tempo, è che ne spreco troppo- Seneca docet) letteralmente infarcire i punti di trama pura, l’impalcatura, con riferimenti a questo genere di temi, in modo tale che influenzino l’andazzo successivo della storia. E in modo tale che i personaggi siano davvero a tutto tondo. E diventino funzionali al motivo di fondo del romanzo.

A parte ste notiziole tecniche che non interessano  nessuno, volevo condividere quanto ho appreso. Unendo così l’utile al dilettevole.

Avrete sicuramente presente tutto quell’apparato di paure, ansie, fobie, angosce, che ci interessano sempre di più da vicino. Non sono gli stessi problemi di chi è vissuto “prima”, è nato con la guerra, poniamo i nostri nonni e simili. E non sono nemmeno del tutto le paure del delicatissimo pugno di generazioni che sono venute “dopo”. Gli anni sessanta rappresentano un punto di rottura, una sorta d’anello caldo di una catena destinata a spezzarsi. Una svolta generazionale, una svolta che però non è stata per forza felice. (buahahahah sto scrivendo stile apocalittico-temino delle superiori, mea culpa, mea culpa.)

Riprendo qui  (in parte) un articolo della dottoressa Saccà, psicoterapeuta, che ha appunto trattato la questione in collaborazione col dottor Cianconi. Siamo in quel punto in cui la psicologia incontra la sociologia.

O per lo meno, il punto in cui, come al solito e come ogni animale che si adatta al suo habitat, l’uomo elabora una risposta in relazione a “dove” e “come” vive.

“Avvertiamo la mancanza di sostegni e basi solide, ci fermiamo a chiederci…ma dove sono finiti i valori di una volta?”

Tutto questo non ci deve stupire perché dagli anni ’80 il nostro mondo non è più lo stesso: la società ha ultimato cambiamenti radicali, le regole del passato non valgono più e quelle del futuro non sono ancora ben chiare. Almeno due generazioni sono rimaste intrappolate nell’interregno tra due ere: la Modernità e ciò che viene dopo.

I confini di ciò che conoscevamo si dissolvono mentre le cose si trasformano. Dove stiamo andando? Su che cosa possiamo veramente contare?

Le cose si trasformano, ciò che conoscevamo viene ritirato dal giro, le piste dei nostri genitori, come le lunghe autostrade del Sud, finiscono sull’erba; così vaghiamo “privi di categorie”, con strumenti relazionali che funzionano ad intermittenza, mentre solo i dubbi sono costanti”.

Lo scenario è complesso, si gioca su due piani. Quello di  chi oggi vive la sua mezza età e si ritrova a chiedersi “cosa è rimasto? Valgono ancora i MIEI valori?”(o meglio, i valori che permeavano la società di ALLORA, i valori impartiti da generazioni ancora precedenti, le generazioni della guerra, i valori del secolo breve, e che gli stessi cinquantenni di OGGI tentarono a suo tempo di “sovvertire”)

E quello dei loro figli, indicativamente i nati dal 1980 in poi, che si pongono domande diverse. “Ma esistono ancora DEI valori?” Attanagliati da tutto un insieme di paure. (vedi sotto)

Oggi ho avuto la prova di questo incontro-scontro tra generazioni. Oggi, o per lo meno recentemente. Così che, una volta letto l’articolo, nemmeno mi sono stupita più di tanto, e l’ho letto alla luce di quanto toccato con mano.

“Ah, ma è facile criticare quelli come me” diceva mia mamma “perché sembrano rigidi. E’ facile dire a uno di cinquanta anni che è retrogado, è bacchettone. Antico, ansioso, bigotto. A venti anni la vita è più facile, criticare è la cosa più facile del mondo, giudicare non ne parliamo. E’ solo che certe cose che vedo oggi mi inorridiscono, non sono quelle che mi avevano insegnato, non sono quelle dei miei tempi.”

Ma io al momento glisso questo “piano”, perché cinquant’anni non li ho, e perché rientro nella categoria “giovani”. E perché potrei trattarne sempre e solo dall’esterno, appunto, “giudicare”. Ma su quello che significa, più o meno consapevolmente, essere ventenni oggi…posso spendere due paroline di senso compiuto. Rafforzate dal viverlo sulla mia pelle. E quindi utile.

Dall’altra parte, dicevo, ci sono le paure dei “giovani”, stilate tipo elenco con relativa spiegazione. Riporto le prime due.

Condivisibili o meno.Secondo me non riguardano SOLO i “giovani”, ma probabilmente qualsiasi persona oggi. Bombardati continuamente dalle minacce di crisi, precariato, apocalissi, e indigestioni mediatiche. Ad ogni modo:

1- La paura di non farcela: Le persone oggi non pensano che il mondo possa andare verso un futuro migliore e sempre più spesso si domandano: ‘Ce la faremo? Dove stiamo andando? Ce la farò da solo?”

Ecco, questa probabilmente è quella più prettamente “giovanile”. Perché bene o male, precari o meno, realizzati o meno, i nostri genitori un impiego ce l’hanno, un posto nella società, fosse anche il più umile, l’hanno trovato. Al massimo possono aver paura “di non avercela fatta” o , molto più realisticamente “di non farcela PIU’ “, di perdere il posto di lavoro.

Ma che noi abbiamo strizza del futuro è ovvio. Strizza di fare la fame, di non “realizzarci”. E siamo sempre più annichiliti. A volte ripetiamo come un mantra frasi come “tanto la laurea non è detto mi porti da qualche parte”, “tanto, se va bene, non avrò il lavoro che voglio, ma quello che mi capiterà”. “me ne andrò via da questo paese”. E a volte, e sempre più spesso, è realtà. Sono paure concrete, perché reali.

E così viviamo nel presente, anche per forza. Per fuggire dalle proprie ansie, appunto collocate nel futuro, noi giovani ( o per lo meno molti…) siamo portati a vivere un po’ più alla giornata. E a impegnarci poco, anche sentimentalmente parlando. Di certo impegnarci di MENO dei tempi in cui a venti anni già si costituiva una famiglia.

Anzi, i legami spaventano, spaventano sempre di più. Intaccano quella che è una pluridecantata libertà, che rima con giovinezza eterna, e quindi con eterno presente, mai futuro, che come detto prima è solo “angoscia, paura.” Proliferano questi “scopamici”, per non impegnarsi mai, di fatto.

Fuggire dai legami per non ritrovarsi mai adulti. Scopare e basta.

Fuggire dai legami consolidati per restare  o tornare “giovani”, a volte. Le attuali coppie (sposate) , “scoppiano” di più compiuti i 40. Coppie con figli. Mia zia acquisita che nel giro di due mesi trova un amante e scappa di casa. La vicina di casa idem, che se la fa con l’istruttore della palestra e distrugge un matrimonio con figli a seguito. Eccetera eccetera eccetera. Di certo, tutti gli esempi che ho “toccato con mano” fanno capo a questa fascia d’età. E secondo me non è un caso.

Next.

La paura dell’oblio: un altro timore diffuso è quello di scomparire nella massa, di non essere ricordato, di non essere ‘connesso’.

Pensiamo al proliferare dei sistemi virtuali di cominicazione: Internet e i cellulari rispondono al bisogno di connessione dell’essere umano che oggi sempre più spesso si interroga: ‘Quanto le persone mi sentono, mi vogliono, mi connettono?’.

Proprio in funzione del timore di essere dimenticate le persone  oggi manifestano un estremo bisogno di sentirsi ‘collegate’ o addirittura ‘cliccate’ all’interno del flusso virtuale (è meglio un saluto fugace su Facebook piuttosto che niente…)

Ancora una volta si punta il dito su facebook.

Mh. Secondo me alla base del successo di facebook c’è una strategia di marketing ben più complessa. Ora non voglio dilungarmici troppo (magari dedicherò un post a parte), ma secondo me non è soltanto la componente “psicosociologica” che costituisce il proliferare di facebook. Ci sono anche questioni più pratiche che rendono facebook “comodo” oltre che “allettante”. In primis, la sua gratuiticità. Senza di essa non sarebbe MAI diventato un colosso, a voglia a ricamarci sopra.

Con facebook si può risparmiare. E metterci in contatto in maniera più agevole, senza troppi passaparola. Basta un messaggio condiviso.

Poi ok, c’è anche l’importanza del diabolico tasto “like”, la possibilità di seguire le vite altrui e di sbandierare volutamente le vicende della propria, pubblicare foto o simili, e share,to share, l’imperativo martellante. Condividere, condividere, scambiare, mostrare. Ma non basta, senza il legame con la componente “economica”, facebook non sarebbe NULLA.

E poi in realtà l’unica cosa che condividiamo davvero, sono i dati. I nostri dati. Dati, informazioni. Che vengono raccolti e catalogati. Che ci fa  facebook con le vostre informazioni? Alias, che gli frega di sapere che scarpe comprate, che vi piace, chi cliccate, dove mettete mi piace?

Per venderle. A chi? A chi pubblicizza.

Pubblicizza prodotti SU MISURA, selezionando già gli utenti “utili” e “inutili”. Pubblicizza per colpire proprio quella fascia d’età, proprio con quelle caratteristiche. Fateci caso, le pubblicità che compaiono su facebook sono calibrate proprio per la vostra età, e in base a COME compilate i vostri profili.

In buona sostanza: paura di non “essere” nessuno (in partenza, per questo l’ansioso bisogno di esibire e mostrare) e la paura di non “diventare” mai nessuno, a parte un vispo disoccupato.

Mi farò ulteriori letturine in merito.

Cheers.

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